“Voltiamo decisamente pagina"
"A cavallo" tra linguaggio stanco e saldi
Mi ricordo ancora il mio esame di scuola media. Assurdo, chi se lo ricorda l’esame della fine della scuola media? Nessuno che io conosca, a parte me.
In realtà mi ricordo solo un piccolo dettaglio, una professoressa che, quando dico “a cavallo tra”, parlando di un periodo tra due epoche, mi dice: «Ma in che senso a cavallo?» facendo il gesto di cavalcare per prendermi in giro. È vero, è una metafora grossolana, un tic linguistico, ma avevo 14 anni, santo cielo.
Devo esserci rimasta malissimo, altrimenti il mio cervello non avrebbe memorizzato quel momento (Lucangeli docet, avete presente? C’è un libro in cui lo spiega benissimo, Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, che vi consiglio assai).
“Chi mi segue lo sa”, chi segue i mei miei deliri nelle stories in cui, oltre a parlare di vestiti, parlo anche di cose a caso, sa che io sono appassionata di un podcast che si chiama Roma Todaily che racconta le cose che succedono a Roma, nei vari quartieri di Roma, ogni mattina, con un linguaggio stupefacente, il lessico giornalistico più démodé, scontato, banale e a volte anche ridicolo che io abbia mai sentito usare. E forse è proprio per questo che lo ascolto, è il mio guilty pleasure, oltre al fatto che mi piace sentire parlare di Roma, capire dove sono i quartieri, conoscere i soprannomi dei vari spacciatori di zona, le imprese del sindaco, le disavventure quotidiane di chi vive in una città così pazza. Credo di essere attratta dalla quantità di “voltiamo decisamente pagina”, “si è consumato un dramma”, “teatro di scontri”, “un gesto estremo”, “resta alta l’attenzione” e altre espressioni che fanno subito redazione anni ’90. “A cavallo tra”, dunque, rientra in questo ordine di cliché linguistici, e voi ora vi chiederete dove voglio andare a parare, e vi capisco.
Durante i saldi mi sento più cliente che venditrice, e la mia empatia con il pubblico di melidé aumenta ancora di più. Anche i saldi hanno il loro linguaggio automatico, stanco, già sentito, ripetitivo e ormai vuoto. Usiamo quasi tutti (leggi noi ecommerce) le stesse espressioni, gli stessi “imperdibili”, “ultimi pezzi”, “occasioni da non perdere”. E io ogni anno, a cavallo tra gennaio e febbraio, ho la sensazione di stare dentro un grande racconto già scritto, dove tutti dicono le stesse cose e fanno più o meno le stesse scelte, noioso, patetico a volte e anche un po’ invasivo.
Mi viene naturale fermarmi, fare un passo indietro, e chiedermi se anche qui, come nel linguaggio giornalistico, si possa scegliere qualcosa di meno ovvio. Non so se è possibile cambiare queste consuetudini nel mondo del commercio, inventare un modo nuovo di dire le cose, non so nemmeno se avrebbe senso: alla fine uno sconto è uno sconto, che sia “imperdibile” lo decidiamo solo noi che compriamo, e di questo noi mi sento parte prima di tutto come cliente (ragionare dal punto di vista di chi acquista è la nostra prima regola: vogliamo trattare chi compra come vorremmo essere trattate noi quando compriamo, e spero che questa intenzione sempre latente si evinca).
I saldi melidé forse non sono imperdibili (in effetti credo di non aver mai usato questo aggettivo), come tutti i saldi, ma sicuramente sono più imperdibili di altri perché i nostri capi sono realizzati con tessuti deadstock e in edizioni limitate, nella maggior parte dei casi impossibili da riprodurre. Le nostre T-shirt e felpe invece, sono sempre in catalogo, ma a questi prezzi solo poche volte l’anno.
Insomma, avevo bisogno di pensare ad alta voce, o meglio, mettere per iscritto questo mio ennesimo cortocircuito: non voglio condannare il linguaggio stanco e i cliché, io stessa ho bisogno di usarlo perché non trovo valide alternative, se non fare quello che sto facendo in questa newsletter, metacomunicazione.
Detto questo, i nostri sconti continuano ed è bellissimo quando, insieme ai vestiti ordinate anche i libri, anche se non sono mai in saldo ;)











